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Dalla Gazzetta dello Sport di oggi, mercoledì 5 ottobre

UN PAIO DI CONSIGLI A RUSSO E SIGNORA di Franco Arturi
Le battute del pugile al Grande Fratello
Credo che abbia in fondo ragione la moglie di Clemente Russo nel difendere il marito, rivendicandone tante iniziative precedenti a sfondo solidaristico. «Una persona va giudicata per quello che ha fatto in tutta la sua vita, non solo nell’ultimo mese», ha detto la judoka Laura Maddaloni dopo le squallide espressioni usate dal marito al Grande Fratello in un colloquio con quell’altro campione mondiale di bon ton, Stefano Bettarini. Tuttavia al posto della signora avrei evitato, almeno al momento, di affermarlo in pubblico perché quel «sennò gliela lasciavi morta», detta dal suo Clemente all’indirizzo della moglie di Bettarini, era ipoteticamente rivolto anche a lei, come donna e consorte. Un piccolo chiarimento personale, forse era il caso di pretenderlo prima di ogni cosa. Scuse dirette anche. In cambio gli avrei detto a brutto muso: «E proprio tu che sei una guardia penitenziaria, con le carceri piene di gente che ammazza le donne, ti permetti di esprimerti in questo modo?».
Il giudizio morale sulla vicenda è scontato. Così come doveroso l’intervento istituzionale, per esempio del ministro della Giustizia. Dispiace soltanto che ne ricavi pubblicità indiretta quel tipo di trasmissione, impropriamente detto «reality show», in realtà veicolo di curiosità morbosa, a caccia di scontate liti, volgarità assortite, piccole miserie quotidiane studiate da anni a tavolino. Ma il gusto dell’orrido esiste e ne prendiamo atto senza indignarci. Fa sorridere, in questo contesto, la «squalifica» dal programma dello stesso pugile, sotto accusa anche per una precedente e infelice battuta a sfondo omofobico. Magari la sospensione potrebbe estendersi a qualche dirigente televisivo che avrebbe potuto e dovuto interrompere quel dialogo fra «machos» annoiati quando si era capito benissimo dove si stava andando a parare. Ma forse è perfino ingenuo chiederlo.
Resta una questione piuttosto interessante da un punto di vista più strettamente sportivo, diciamo così: un campione ha qualche dovere in più nella vita quotidiana nel modo di parlare, di rapportarsi con la gente, di stare al mondo? È legittimo chiederselo perché risulta scontato che le esternazioni di un personaggio popolare e vincente arrivano in modo capillare soprattutto alle fasce dei più giovani, primi fruitori dello spettacolo sportivo e dei suoi retroscena. La risposta non può che essere affermativa: in cambio di onori, a volte soldi e popolarità, il campione deve riflettere sul suo porsi come simbolo e modello, anche nei comportamenti comuni.
Due chiacchiere fra maschi annoiati e sbracati hanno fatto immediatamente risaltare come nella società il maschilismo greve è troppo spesso ancora una tipologia identitaria che produce scorie tossiche. Le categorie più deboli, e socialmente a rischio, continuano a essere omosessuali e donne. Sotto la superficie «politicamente corretta» continuano a scorrere fiumi di battute sconce, scherzi da caserma, vere e proprie violenze verbali. Certo, si può sorriderne a denti stretti considerandole goliardate in libertà, di scarsa pericolosità sociale. Ma è un modo di sfuggire il problema e una fuga un po’ vigliacca dal diritto di scandalizzarsi e reagire.
Stavolta parliamo di battute disgustose e di sessismo da osteria. Niente di peggio. Ma Clemente ha un’ottima occasione di crescita per uscirne. Un paio di pubbliche scuse non bastano. Si autoiscriva a un «servizio sociale», magari avvicinandosi a un centro antiviolenza contro le donne, lontano da telecamere e microfoni. Le guardi in faccia quelle ragazze e poi dialoghi con se stesso, come deve fare talvolta un uomo.

Russo evita la seconda espulsione
Cacciato dal «Grande Fratello», viene graziato dalle Fiamme Azzurre: «Non sono così»
FAUSTO NARDUCCI
«Sono una persona profondamente diversa». Clemente Russo lo aveva ripetuto fino alla noia lunedì sera durante la serata televisiva del Grande Fratello Vip e lo ha ribadito ieri pomeriggio in un lungo comunicato concordato con le Fiamme Azzurre con cui ha cercato di prendere le distanze dalle dichiarazioni omofobe e antifemministe che gli sono costate la squalifica (e la conseguente perdita dell’ingaggio) dal reality di Canale 5. Comunque sia se la notte (trascorsa negli studi Mediaset fino alle 4 del mattino) non era stata facile, la giornata di ieri è stata ancora più difficile per l’argento olimpico e campione mondiale assurto a indesiderata popolarità.
INVITI Fin dalla mattina sono piovute le richieste di partecipazione ai più svariati format televisivi dove però il pugile sarebbe diventato l’emblema del maschio intollerante da attaccare e che quindi è stato meglio respingere. Meglio correre a Roma con la moglie Laura Maddaloni presso il Comando delle Fiamme Azzurre per salvare il rapporto con la Polizia Penitenziaria che nel 2012 l’ha strappato alle Fiamme Oro. E a quanto pare il pugile ha evitato una seconda espulsione che sarebbe stata ancor più dolorosa. Le Fiamme Azzurre hanno aperto un’inchiesta che potrebbe portare a Provvedimenti disciplinari definiti, però, «non estremi». Resta il fatto che l’immagine di Clemente Russo e di tutta la boxe abbia avuto bisogno di un vistoso maquillage attraverso il comunicato firmato dal pugile: «Intendo esprimere le mie scuse più sincere verso chiunque si sia sentito offeso dalle mie parole. Tutti però mi conoscono come un atleta che ha fatto della lealtà sportiva il proprio stile di vita. Sono un marito e un padre che ama profondamente la propria famiglia e farebbe di tutto per difenderne l’integrità. Affronterò serenamente le conseguenze del mio comportamento.
FUTURO Ma qual è il futuro sportivo di Clemente Russo? Innanzitutto chiariamo che parliamo di un pugile (anche se molti in questi giorni hanno parlato di ex) che a 34 anni ha ancora grosse ambizioni. In vista di Rio l’argento di Londra, aveva firmato con l’Apb (l’ente professionistico dell’Aiba) un contratto di cinque anni, due dei quali post-Rio. Proprio in base all’accordo dell’Aiba con gli enti professionistici, Russo ha ora in programma di tentare direttamente la scalata al titolo Wbc detenuto dall’americano Deontay Wilder. «Abbiamo parlato con Clemente prima che entrasse nella casa — spiega l’ex iridato Francesco Damiani, ex c.t. federale per il settore Apb e ora allenatore del casertano —. Insieme al preparatore fisico Vittoriano Romanacci e al responsabile Apb Mirko Wolf, abbiamo concordato un piano che porta direttamente a Wilder, dal cui clan erano arrivate delle offerte per effettuare la rivincita della semifinale olimpica di Pechino 2008 in cui aveva vinto Clemente. Agli americani piacciono queste cose ma bisogna vedere cosa vuole fare Russo: mettersi progressivamente da parte, puntare a Tokyo 2020 o concentrarsi sul professionsimo. Tanto più che a Milano sta nascendo una nuova squadra Wsb con tutti i professionisti rientrati in federazione».
FILM Soprattutto bisognerà vedere quali saranno gli impegni extraring del pugile che dopo la buona prestazione attoriale nel fim quasi autobiografico «Tatanka» è stato ingaggiato (a breve le riprese) per una specie di versione tarantina di «Fuocammare» in cui dovrà aiutare un bambino che si è ammalato per le esalazioni tossiche dell’Ilva.

Il Meldonium, quella valanga senza certezze
Sono più di 170 i test positivi, ma la Wada non può stabilire quanto rimanga nel corpo: ecco perché le sanzioni sono quasi impossibili
di Riccardo Crivelli
Un piccolo smottamento, poi una frana, infine uno tsunami. Fino al 10 gennaio di quest’anno, gran parte del mondo non conosceva neppure l’esistenza di un farmaco chiamato Meldonium, detto anche Mildronate, costo basso, in commercio dagli anni Ottanta (dopo che era stato ideato per i soldati russi in Afghanistan, in quanto stimolava l’adrenalina), acquistabile in farmacia in molti Paesi soprattutto dell’Est Europa e prodotto in esclusiva da un’azienda lettone, la Grindex. A dire il vero, la Wada, l’agenzia antidoping mondiale, lo aveva già messo nel radar nel settembre del 2015, dopo aver ricevuto un rapporto del British Journal of Sports Medicine in cui si rivelava che 66 dei 726 atleti partecipanti ai Giochi Europei di Baku a giugno lo avevano assunto con un «uso eccessivo e inappropriato». Da qui, la decisione dell’Agenzia di inserirlo tra le sostanze proibite dal 1° gennaio di quest’anno, perché altera il metabolismo, abbassa i valori di emoglobina migliorando la fluidità del sangue e agisce quindi quale eventuale «coprente» dell’Epo.
VALANGA I primi a cadere nella rete sono due pesci piccoli del biathlon, gli ucraini Olga Abramova (il 10 gennaio, appunto) e Artem Tyshchenko. Poi tocca a un ciclista, il russo Eduard Vorganov, all’etiope naturalizzata svedese Abeba Aregawi, iridata dei 1500 all’aperto nel 2013 e al maratoneta Endeshaw Negesse, vincitore a Tokyo nel 2015. Scoperchiato il vaso, si mette in moto una valanga che travolge moltissimi atleti di vertice, soprattutto russi, tra cui appunto la Sharapova. Sostanzialmente, si scopre che in Russia (e nei paesi dell’ex blocco sovietico) il Meldonium è istituzionalizzato e il suo utilizzo smodato diventa uno dei grimaldelli per sostenere l’accusa che in quel paese si pratica doping di stato, con la conseguenza poi conosciuta dell’esclusione di centinaia di atleti di Mosca dall’Olimpiade di Rio.
LATO OSCURO Ad oggi, sono più di 170 gli sportivi in attività positivi al medicinale, ma la Sharapova è la sola tra loro ad aver subito una squalifica. La Efimova, presa ad aprile, è passata dal rischio di radiazione a vita a una medaglia a Rio, il pugile Povetkin, «beccato» a maggio, ha dovuto rinunciare al match per il titolo mondiale dei massimi Wbc contro Wilder ma oggi può tranquillamente combattere. Perché c’è una zona d’ombra sulla quale la Wada è scivolata e che si è rivelata un ostacolo insormontabile per le sanzioni: non si conoscono ancora i tempi certi di metabolizzazione e smaltimento della sostanza nel corpo umano, per cui le tracce presenti nei test potrebbero risalire a prima del gennaio di quest’anno, quando non esisteva il divieto d’assunzione. Una linea difensiva vincente, sposata da tutti i positivi al Meldonium (tranne la Sharapova, a questo punto ingenua ad ammettere l’uso anche dopo il 2015) e che ieri, dopo la sentenza del Tas sulla tennista, ha portato il ministro dello sport Vitaly Mutko, da più parti accusato di essere l’anima nera ispiratrice del famigerato sistema-Russia, ad attaccare seppur indirettamente il Tribunale svizzero: «Sono contento per Maria, sebbene io pensi che avrebbero dovuto assolverla completamente per una sostanza come il Meldonium». Perfino Andy Murray, uno che sul doping non le ha mai mandate a dire, sulla vicenda usa toni morbidi: «La Wada ha commesso errori su quel farmaco, quindi capisco la riduzione della squalifica, molti altri atleti sono stati considerati puliti perché non si sa quanto a lungo rimanga nel loro corpo». In tutto questo marasma, una sola certezza: venerdì sono scaduti i termini per considerare le tracce di Meldonium di eventuali test come residui del 2015. D’ora in poi, vietato sgarrare. Ma i buoi sono già scappati.

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